lunedì 14 novembre 2016

Avventura a Kathmandu-Nepal


Scritto 16 Marzo 2016 


Non può esserci un viaggio in un altro mondo senza un'avventura degna di tale nome... Quello che è capitato in questi giorni è meno rocambolesco dello smarrimento di una carta di credito, ma decisamente più ansiogeno.
Mia figlia ama gli animali, risaputo.
Li ama davvero tanto, vuole coccolarli, prendersi cura di loro, giocare con loro, non importa se vecchi o puzzolenti o sordi o ciechi, proprio non le importa niente. Figuriamoci se gli animali in questione sono cuccioli meravigliosi, batuffoli vivaci che sembrano dei labrador, anche se sono cani randagi!
Vicino alla casa in cui viviamo, giusto sul sentiero per raggiungere la fermata dell'autobus, in un cantiere edile molto attivo, una cagnotta ha partorito sette simpaticissimi batuffoli multicolore. Neanche dire che lei quando li ha visti è stata ferocemente attratta da ognuno di loro, ed era una sosta forzata ogni giorno, con tanto di latte perchè la mamma (che li allatta) è un po' macilenta. Latte, biscotti inzuppati, addirittura biscotti per cani per "gli zii" che ronzano attorno alla cucciolata, niente da dire, la piccola ha veramente un grande cuore.
Ha deciso di prendersi cura in particolare di un cucciolo più piccolo degli altri, più fragile e tremolante, quello che, essendo settimo, perde sempre la gara verso il capezzolo della mamma, che ne ha sei. Ecco che il botolino piccolo è il più accarezzato, il più nutrito e il meglio accudito; è quello che non arriva alla ciotola, quindi il cibo va preso in mano e portato alla sua bocca. Evidentemente questo trattamento speciale è piaciuto anche ad altri cuccioli che han deciso di competere con lui nel raggiungimento del cibo molle (fette biscottate al cardamomo-acquistate per sbaglio- inzuppate di latte per la colazione di papà), nella foga della competizione uno dei cuccioli ha afferrato anche il ditino della bimba. Niente di serio, ma c'è un piccolo segno rosso, la pelle si è rotta...un morso, una specie di graffietto. Una ferita che, in altre circostanze l'avrebbe fatta gridare come una pazza, ha avuto solo poca attenzione. Me l'ha fatta vedere, cercando di minimizzare il dolore e il disagio e avrebbe voluto continuare a stare con i cagnolini se non la avessi portata subito a disinfettare la ferita.
Per la preoccupazione abbiamo passato la notte in bianco: "Cosa bisognerà fare adesso? Il cucciolo può avere la rabbia?  In quale ospedale andare? Chi ce lo può dire? Quando possiamo andare? L'assicurazione coprirà le spese?" Mille domande che al mattino presto ho rivolto a "Nurse M.", utilissima infermiera della scuola che mi ha subito mandata nell'ospedale di fiducia degli americani: ritirato bimba da scuola con solidarietà di tutti gli operatori incontrati, chiamato "Faccia Brutta", il nostro autista di fiducia che non solo parla un ottimo inglese, conosce anche le nostre principali destinazioni (casa, scuola americana), che in una grande città in cui le strade secondarie (il 90%) non hanno nome e le abitazioni non hanno numero civico... Niente. Non risponde. 
Prima difficoltà. Chiedo aiuto ancora a Nurse M., che non si perde d'animo, e fa chiamare un driver della scuola e gli dà l'incarico di accompagnarmi al posto dove di solito i taxi si fermano. Ops! Io pensavo che i taxi girassero sempre suonando ai pedoni per offrire trasporto. Ma no, anche i taxisti hanno il loro "bar" preferito, ed è lì che mi porta il bus driver. Niente. Un solo taxi fermo e niente autista nonostante l'autista del bus abbia suonato più volte. Anche se penso sia inutile suonare in una città caotica e con strade trafficatissime dove il clacson indica:"Saluti", "svolta a destra", "svolta a sinistra", "attento", "sto passando io", "adesso mi immetto là", "ho la precedenza", "hai tu la precedenza, vai pure", "spostati che non riesco a fare manovra", "attenzione, sto facendo retromarcia"..."dov'è l'autista di questa macchina?"
Infatti, inutile. Nessun autista di taxi compare nei successivi cinque minuti.
Il bus driver, fedele alla consegna mi porta verso la strada principale e ci fa scendere dietro il primo taxi con autista lungo la via. Il taxi driver, un giovinetto dall'inglese balbettante non sa dove sia l'ospedale indicato dalla brochure che gli faccio vedere... Accidenti, altra difficoltà.
Superata con facilità quando scopro che  la clinica in questione è vicina all'ambasciata inglese e a quella indiana. Contratto il prezzo (non troppo, a dire la verità, rilancio solo una volta, poco, e lui accetta subito. Ma imparo la lezione).
Finalmente alla clinica, la bimba è terrorizzata le infermiere di scuola americana, sorridenti, efficienti super professionali. Mi spiegano mille volte cosa dovranno fare, lo spiegano alla bambina (che inizia a preoccuparsi, infatti capisce tutto molto più velocemente di me). 
Quando l'infermiera si avvicina col termometro lei inizia ad urlare e scappa dalla sedia in cui era seduta, la rincorro e cerco di calmarla...fatica! Ma devono per forza dire sempre la verità? Le hanno spiegato che dovrà fare un numero non ben precisato di punture, in più puntate, che alcune di queste sono molto dolorose, che l'importante è che stia ferma... Ma con chi pensano di aver a che fare? La Pavida Piccola è sulla via di fuga, rapida, efficace, con un inglese perfetto. Dice chiaramente che non vuole far niente, che non ha paura della rabbia, che non toccherà mai più cani, che non andrà mai più a scuola... E' pronta a giurare qualsiasi cosa pur di riuscire a scappare. ma io, che la conosco, la blocco fisicamente, nonostante gli sguardi truci delle infermiere, secondo loro evidentemente deve sottoporsi a tali torture per "il suo bene" consapevolmente e magari anche sorridendo... scuola americana!!
Il giovane medico, Nepalese, inglese lento e molto chiaro, mi dice che le farà più iniezioni intorno alla ferita, sono gammaglobuline, servono a bloccare eventuale virus. Gli dico che da soli io e lui non ce la faremo mai a tenerla ferma. Lui prova a convincere la belva sgusciante...
La guarda negli occhi le parla con voce calma e suadente, cerca di convincerla che è per il suo bene, che poi potrà giocare con i cani ancora per tanto tempo senza preoccuparsi; semplice, diretta, chiara, gridando forte:"I don't want!". Allora il medico cede e va a chiamare, non una, ma due infermiere. Evidentemente lei è stata più convincente di me.
Inizia la tortura: in tre cerchiamo di tenere ferma la belva che grida sempre ma emette degli acuti terrificanti ogni volta che la bucano nel ditino, poi si stufa di gridare in "AAAA" e comincia ad emettere frasi di senso compiuto, mi commuove sentirla dire: "THIS IS THE LAST ONE!!!" "NO MORE!! "I WANT  GO HOME"...
Dopo che l'hanno perforata un sacco di volte finisce lo strazio. la bimba piange normalmente. Il medico scompare e rimane solo l'infermiera responsabile che mi suggerisce di calmare la bimba e di prendermi tutto il tempo che serve prima di portarla nella "nurse room" dove le faranno le altre iniezioni.
"Tutto il tempo che serve???" Non basterebbero due anni a calmarla, la coccolo un po' e la porto dalle infermiere.
La tortura continua, ma stavolta capiscono che è meglio che la gestisca io, non provano più a convincerla, lasciano che mi arrabbi, e funziona.Le può far male o no, ma lo deve fare, non ha voce in capitolo.
 La bimba si lascia contenere, le fermo le gambe con le mie e le immobilizzo le braccia, mi sento molto violenta e colgo gli sguardi di disapprovazione delle infermiere, ma funziona.
Le fanno il vaccino sulla spalla e la tubercolina sul braccio. Al termine di tutto la bimba si rilassa, e le infermiere ripartono all'attacco con i prossimi vaccini.Quando arriva il papà la sera, gli spiega che dovrà fare altre punture, ma non tutte insieme, e che comunque si tratterà solo di quella sulla spalla, che è quella che ha fatto meno male.
Ha capito tutto, era davvero inutile spaventarla ancora.
Le fermo. E dico a voce alta che probabilmente ne farà altri, ma ne parleremo dopo, a casa.


Dopo le varie iniezioni  chiede di andare a scuola, i suoi compagni la aspettano, non può mancare.
E ricomincia la trafila dei taxi...Ma questa è un altra storia.

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