martedì 22 novembre 2016

Nagarkhot - Nepal

Scritto il 2 aprile 2016

Dopo un mese di inquinata, caotica e polverosa città... una fuga, coltivando la speranza di vedere (finalmente) le montagne.
Partiamo presto al mattino, nonostante il mal di pancia notturno, probabilmente la coda del virus della bimba ha colpito anche me. Questo non ferma l'ascesa via taxi in direzione est.



 Per raggiungere quella specie di super strada che porta fuori Kathmandu bisogna prima attraversarla. La confusione è la solita: coloratissime persone per strada, animali dappertutto (anche mucche), negozi la cui merce occupa il selciato, moto e bici ovunque. Un caos di stimoli visivi e rumori che disorienta, specialmente se non si vede l'ora di respirare un po di aria "normale" e godere della pace della natura. 
La strada dissestata e spesso interrotta non aiuta la marcia, serve un ora di confusione prima di raggiungere una strada più tranquilla, o almeno meno affollata. E subito iniziano i tornanti. Sarebbe un piacevole percorso di montagna se non fosse che la strada asfaltata è troppo stretta per due macchine.
 Così ogni volta che si incrocia qualcuno o che si deve superare si esce di strada. Poco male se il proprio taxi fosse una jeep, o se lo spazio di percorrenza fosse sufficiente a garantire una certa sicurezza. Terribile se uscire di strada significa esporsi a strapiombi molto ripidi a bordo di una vecchia macchina grande e rumorosa. 
Brivido del pericolo sostituito dalla curiosità del paesaggio: boschi di bambù! Canneti i cui pali hanno diametro ad occhio superiore ai venti centimetri. Sono proprio i pali alti grossi e flessibili che vengono annodati insieme per costruire quelle altissime (e paurose) impalcature, sulle quali si arrampicano a piedi nudi per costruire ogni cosa, dal gigantesco centro commerciale, al capitello per il dio elefante.
Anche le foglie di quei bambù sono grandissime, le stesse che seccate costituiscono la materia prima per cesti e gerle di ogni dimensione.
Ci sono anche altri alberi e cespugli, niente che assomigli alla flora che si trova nelle nostre montagne alla stessa altitudine (2000metri). Tutto è diverso dai posti conosciuti.

 La gente di montagna, giusto più sporca ed infagottata di quella di città sembra che abbia molto da fare, soprattutto trasporto di cose.
Le gerle che tengono sulla schiena,  sempre fissate alla fronte, sono piene di fieno, frutta e verdura, ma anche mattoni, sabbia e cemento.
Più volte abbiamo visto donne minute con le infradito ai piedi portare sacchi di cemento verso cantieri, si aiutano l'una con l'altra a caricare il sacco sulla schiena, fissano la fascia alla fronte e lentamente, piegate dal peso si incamminano, sempre in salita.
Le donne di montagna hanno i colorati e sfavillanti vestiti tipici, anche quando fanno lavori pesanti.
I vestiti tipici, nell'insieme si chiamano "kurta" (con altre parole che ne definiscono l'uso e le caratteristiche) sono composti da pantaloni larghi dall'aspetto comodo, chiusi alla caviglia; da una camicia lunga dritta, aperta sui   fianchi e da una sciarpa, che di solito riprende i colori dei pantaloni.
Mentre i pantaloni possono avere fantasie semplici e ripetitive o essere in tinta unita, il camicione è sempre in tinta unita, al massimo bicolore, tempestato di luccichini, strass e specchietti.
  
I colori sono sempre shock: verde, giallo, rosso, ciclamino, viola, turchese... sempre  accostati per contrasto, le sciarpe che completano l'abito vengono appoggiate al collo sul davanti, con i lembi che pendono sulla schiena, nella versione elegante "cittadina". Nella versione "di fatica"vengono legate alla vita, o annodate sulla testa, come protezione. 
Anche in montagna, come in città, abbondano motociclette di ogni tipo, cariche di persone, intere famiglie di solito. Ecco che le sciarpe del kurta sono degli utili antismog che coprono bocca e naso. 
È stato interessante attraversare tipici villaggi di montagna, la vita è fuori dalle case, come in città, ma con più animali e di più tipi, galline, oche, maiali oltre che capre, caproni, cani e naturalmente mucche.
In città era caldo, abbastanza per essere mattina, in montagna più freddo, ma... stesso cielo bianco intenso.
Davvero luminoso, non nebbioso. Una cortina di luce chiara impediva la vista di qualsiasi cosa fosse più lontana di duecento metri.
I resort del posto hanno nomi evocativi che stimolano l'immaginario montanaro: "Himalaya", "Annapurna", "Bellavista", "Alba di montagna"... sono terrazzati e promettono vista sulle montagne. Ma... dipende dalle condizioni meteo, naturalmente.
Sembra che questa parte dell'anno non sia la più favorevole alla vista. Poco male, convinta la bimba, iniziamo una passeggiata di circa un ora, per nepalesi, almeno due ore per noi, che dovrebbe portarci ad una torre rialzata dalla quale la vista potrebbe essere strepitosa.
Dopo non poca fatica raggiungiamo la meta, coronata da chioschi e rivendite di ogni tipo di souvenir, dalla cosiddetta "torre"non si vede nulla di diverso dalla cortina luminosa che c'era anche in albergo. Torniamo, fortuna che è discesa.
Il mal di pancia si è fatto risentire, e finisco pomeriggio e serata in albergo.
Speriamo nell'alba, c'è l'opzione colazione in terrazza molto presto al mattino, l'albergo è pieno, ma nessuno sfrutta questa possibilità. 
Neanche noi.
Ci alziamo tardi e passeggiamo, senza allontanarci troppo dall'albergo. Interessante e triste insieme vedere la mobilitazione post terremoto.
Tutti si danno da fare, ma i danni sono evidenti, nel villaggio come tra gli alberghi.
Niente montagne quindi, ma varia umanità.

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