Scritto 5 ottobre 2015
Il problema più grosso dei Sudanesi, secondo me, è che sono buoni, hanno la necessità interiore di aiutare il prossimo... catastrofico!!!Soprattutto quando le richieste di aiuto avvengono in un clima di totale incomprensione. Non sono in grado di dire:"Non lo so, arrangiati".
Dentro di loro si accende l'impulso irrefrenabile a fare qualcosa e allora si attivano fino a quando non riescono a dare una risposta nella maggior parte dei casi sbagliata...
Domenica scorsa perdo il portafoglio nel tuk tuk che mi riporta a casa dalla piscina, me ne accorgo dopo due minuti che ho pagato il conducente, inutile cercare di rintracciarlo. Spero solo che si accorga subito, si ricordi di me e me lo porti. Potrebbe però fare un altro viaggio, perderlo per strada, potrebbe trovarlo un altro cliente, in questo caso non posso fare affidamento sulla lealtà dei Sudanesi. Molto poco probabile che lo portino ad una stazione di polizia.
Nel portafoglio ci sono pochi soldi sdg, venti euro, la Sim del telefono italiano, un braccialetto che mi si è rotto qualche giorno fa e che non voglio perdere e la carta di credito pre pagata...
Aspetto qualche giorno prima di chiedere che dall'Italia blocchino tutto. Una settimana dopo, ieri, vado in ambasciata convinta che (povera illusa) uno dei carabinieri che opera lì possa accogliere la denuncia in modo che quando torno in Italia posso avere un altra carta.
Il carabiniere... italiano, con la pancia e la faccia tipica, mi si rivolge in inglese! Certo, io parlo così all'usciere...
Fortuna che in ambasciata lavora un piccoletto sudanese, sembra un medico di alti tempi, tono di voce basso, eloquio lento, italiano ed inglese perfetti. Gentile, alla sudanese, mi fa entrare, accomodare. Il carabiniere mi aveva fatto la domanda-chiave: "Have you got Italian citizenship?" Ho risposto:"Sì, sono italiana"; non:"I do", come avrebbe fatto un naturalizzato italiano. Questo però non gli ha dato lo spunto per farmi entrare a chiarire la questione in modo più semplice che non dallo spioncino dell'usciere.
Il sudanese mi spiega la procedura, è macchinosa e mi suggerisce di farmi aiutare da un sudanese che traduca per me. Non mi viene in mente nessuno che potrebbe avere tanto tempo per seguirmi nei vari uffici, se non le amiche del PTA, loro andrebbero a nozze in una faccenda del genere, ma sono veramente sudanesi, ho la vaga idea che per aiutarmi complicherebbero le cose.
Saggia intuizione!!
Decido di provare da sola, mi muovo a piedi e, in soli venti minuti, raggiungo la più vicina stazione di polizia.
E da qui inizia l'avventura!
Entro in un ufficio molto aperto, bancone da macellaio, alto e largo, alcuni uomini in divisa sono seduti fuori della porta, rilassati, altri sono dentro, dietro il banco. In tutto una decina di persone, non tutti in divisa, nessuno mi considera per un paio di minuti. Odiosa sensazione di essere trasparente. Saluto in arabo a voce molto alta, come se fossi appena entrata, altra saggia intuizione, un tizio mi indica una poliziotta qualche metro dietro al bancone, seduta alla scrivania. Gentile, mi fa accomodare e mi parla in arabo. Con il traduttore del telefono spiego cosa devo fare, capisce e attiva un collega mentre mi lascia aspettare un po'.
Di fronte a me una grata chiusa con molti uomini scalzi dentro, mi sento guardata e controllo il velo, offre una certa protezione, effettivamente.
Quello che vedo è il piccolo cortile esterno di una specie di prigione, su di esso si affacciano tre stanzette con porta a grata. Proprio da una di queste esce un signore di mezza età, distinto, aria scaltra, scalzo.
Si presenta con una stretta di mano e mi dice di essere l'interprete. E da lì sono in una botte di ferro.
La poliziotta accoglie denuncia, fa tutto con ordine, scrivendo in arabo su un quaderno bisunto, ogni tanto prende dei fogli e scrive anche li.
Mentre scrive parlo con "l interprete", ha viaggiato, ha una compagnia di autotrasporti, è in prigione per tre giorni, una cosa di assegni, mi spiega. Oggi dovrebbe uscire, è contento di avere qualcosa da fare stamattina (proprio come me, penso) è indignato con i poliziotti che non parlano una parola di inglese. Sono molto gentili per farmi aspettare mi mandano in una stanza laida e fatiscente, dalla quale hanno fatto uscire un poliziotto che, appoggiato ad una scrivania sgombra stava riposando.
Dopo dieci minuti in cui sono da sola lì, arriva il poliziotto di prima, si rimette alla scrivania di prima e riprende il pisolo. Arriva un altro poliziotto, accompagnato dall'interprete-carcerato e raccoglie una nuova denuncia, questa volta più dettagliata. Mi spiega che non mi chiamo "A L" per loro, ma "A di Paolo L" (il nome del padre fa parte del mio cognome), ed è il caso che me lo ricordi altrimenti tutto sarà complicato. Il nome sul passaporto non serve.
L'interprete-carcerato mi accompagna anche al terzo stadio: la meccanizzazione della denuncia. Ci spostiamo in un altro stanzino altrettanto laido e fatiscente, dove una donna in abiti civili, molto velata, trascrive al computer tutto.
Mi viene spiegato che da questo momento tutta la polizia di Khartoum sa cosa ho perso e a chi rivolgersi per farmelo riavere.
L'interprete-carcerato mi dice che dovrò pagare qualcosa per il report ma alla fine non è così, mi salutano e me ne vado.
Sono passate due ore e a fatica riesco a tornare all'ambasciata. Chiedo direttamente di L (l'impiegato poliglotta), che mi accoglie con il carabiniere del mattino, mi spiega che la procedura non è finita, devo andare al Ministero degli Esteri a farla autenticare, non ci posso andare a piedi ma non avrò sicuramente bisogno di interprete.
Arrivo a piedi tranquillamente seguendo le sue indicazioni, ma una volta lì inizio un calvario...
Sono le undici del mattino, ci sono 43 gradi e sono un bagno di sudore.
Nella stanza gigantesca scopro che 135 persone mi precedono.
Non demordo, cerco acqua da bere, è vitale a quel punto. Alla fine, dopo essere uscita invano, cedo al bar itinerante che dispensa liquido giallino con ghiaccio in bicchieri che sembrano puliti... in altre circostanze non l'avrei mai fatto.
Aspettando guardo come funziona e sembra abbastanza veloce ed ordinato, un display mi dice in quale sportello andare, poi dovrei andare su un altro e poi su un altro ancora e credo che in un ora ce la farò.
Illusa!!
Qui ho potuto apprezzare la solidarietà e la gentilezza dei sudanesi. Dopo essere andata allo sportello mi mandano in coda, ma un tizio in coda mi dice che non è quella giusta, così torno a farmi spiegare dove andare, mi dicono di andare in un altra coda (incomincio ad agitarmi, gli sportelli sono otto, tutti con relative code e ne ho già passati tre per niente). Le spiegazioni me le danno in arabo, gesticolando per lo più.
Tutti i presenti mi danno indicazioni, sono confusa, alla quarta coda che faccio alzo la voce con l'impiegato allo sportello, chiedo che venga qualcuno che parli inglese. Sfortunatamente non c'è alcun carcerato tra tutte le persone presenti... L'impiegato scrive qualcosa in arabo su un foglio e a gesti mi dice di uscire e chiedere all'usciere dove devo andare.
Con il foglio scritto mi sento più al sicuro, penso che così capiscano di cosa ho bisogno (credo mi serva solo un timbro di autenticazione ma a quel punto non so più) ed esco fiduciosa. Fuori sempre più caldo. Chiedo ad un sudanese in divisa dove devo andare, mi dice di aspettare, sono sul marciapiede, sotto il sole, nel frattempo tutti coloro che escono dalla stanza delle code mi salutano chiedendomi in arabo se ho risolto ("tamam"-tutto bene- rispondo a tutti, che non venga loro in mente di aiutarmi!).
Il poliziotto ha finito di controllare documenti ad un auto, guarda il foglio, guarda anche il foglio della denuncia, ferma un autobus, parla al conducente e mi saluta dopo essersi accertato che io sia salita.
Non ero mai salita su un autobus!!!
Tutti mi lasciano uno spazio vitale, probabilmente puzzo come una discarica, dopo tanto sudare.
Sono comunque gentili e ricorre la parola "police" in ciò che mi dicono, a quel punto tutto l'autobus sa che devo andare alla polizia, lo capisco anche io. Sono molto solidali e parlano tra loro e con me della situazione (naturalmente in arabo).
Mi fanno scendere, insisto per pagare la tratta ma un coro di "là là, no problem" mi fa desistere.
A quel punto mostro il mio biglietto, ma tutti guardano anche il foglio della denuncia che inizia ad assumere un aria vissuta, ad una serie di militari fermi davanti a degli edifici blu, più di uno, sembrano caserme sono distanti l'uno dall'altro cinque minuti sotto il sole. Ormai è mezzogiorno e sono liquefatta.
Inizio a pensare che sul biglietto dell impiegato ci sia scritto "prendetevi gioco di lei" perché mi mandano da una parte all'altra, quando esasperata, torno al primo edificio mi viene da piangere.
Non parlo più con chi è in guardiola, entro nell'ufficio, un tizio in borghese esce e mi accompagna dove ero già andata, questo comporta una nuova passeggiata sotto il sole. È mezzogiorno e mezzo e ci sono 44 gradi.
Mi fa parlare con un impiegato che prende i miei fogli, va dalla guardia esterna (uno dei tanti che mi aveva fatta rimbalzare) gli urla delle cose in arabo, e vanno avanti due minuti abbondanti agitando le mie carte (ormai ridotte a carta straccia).
Poi mi fa cenno di seguirlo.
Mi porta in una reception del Ministero del Interno, tutti in divisa, un gruppo di persone si consulta con la denuncia e il foglio dell impiegato in mano, il posto è caldo e sporco, muoio di sete.
Sono arrabbiata e ottusa ma in un momento di lucidità intuisco che non si stanno occupando della autentica della denuncia, ma degli oggetti smarriti...
Vogliono farmi riavere le mie cose!
Ci credo che mi rimbalzavano da una parte all altra!! Sarebbe impossibile anche in Finlandia, figuriamoci in Africa.
Prendo in mano il telefono e dico a tutti di aspettare, voglio chiamare l'ambasciata e farli parlare con qualcuno. Chiedo chi è il capo, alzo la voce :"Who's the Boss?" Sì spaventano, hanno visto il telefono, sentito la parola ambasciata e visto una donna bianca esausta, sono anche senza velo in testa, satana al mio confronto è affascinante...
Arriva un tizio con aria autorevole che mi porta in un ufficio al terzo piano, senza ascensore, prende i fogli e li timbra, tutti, compreso quello con le indicazioni del impiegato!!
Non so cosa ci sia scritto sul timbro, nè se sia quello giusto, ma è l'una, devo tornare a casa e sono disidratata.
Me ne vado con i fogli in mano, senza pagare, ma prima entro in un ufficio del corridoio, prendo il bicchiere sul distributore, lo riempio e bevo, l'impiegato mi sorride e mi dice:"Faddal!"(serviti pure)
Quando si accorge che non capisco si avvicina per prendere i fogli che ho in mano, scappo di corsa, che non gli venga in mente di aiutarmi!!!







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