Scritto il 12 maggio 2016
Non dire "pioggia" se non hai visto un monsone... cielo grigio sempre, anche quando c'è un po di luce, tutto uniforme... giornata giusta per rinnovare permesso di soggiorno. Piove a singhiozzo già da due giorni, sembra che non debba smettere mai.
Traffic jam della mattina, soprattutto moto e motorini, tutti dotati di poncho galattici, con e senza scritte, ma sempre molto ingombranti. Grazie alla loro memorabile agilità riescono a bloccare completamente il traffico delle macchine, questo fa si che il tassista suoni ancora più frequentemente del solito, sempre inutilmente, però.
Dopo mezz'ora mi scarica davanti al palazzo dell ufficio immigrazione: bel cancello, porte in legno intagliato, spazioso, luminoso e Vuoto!
Una decina di persone in attesa, quattro sportelli vuoti. Niente a che vedere con l'affollato ufficio dell'aereoporto ...o forse era solo la stanchezza per il lungo volo?
Mi avvicino con circospezione al più vicino, l'impiegato baffuto e grosso mi spiega di andare dal Sig "on Line visa application", giusto l'ufficio vicino.
Vado lì, un ragazzetto gentile e velocissimo compila il form x me e la bimba e mi manda dal tizio di prima, il quale trattiene il passaporto di mia figlia e mi manda alla cassa a pagare. Comincio già ad irritarmi, memore degli interminabili rimbalzi sudanesi, invece le casse sono gli sportelli a fianco, ce ne sono tre, tutte libere.
Vado, pago, e aspetto. Sarò chiamata. Come tutti.
E mi lancio nelle immancabili osservazioni, paese che vai gente che trovi! Ma qui è veramente il festival dello "strano": coppietta di ventenni con berrettini di lana stile barbapapà, infradito (tralascio il colore dei piedi), giaccone lei, t shirt lui, pantaloni di cotone morbidi entrambi, lui barba lunga e riccioli selvaggi, lei probabilmente capelli corti; asiatica magra e distinta con pantaloni a sigaretta blu, camicetta bianca, maglioncino blu, capelli lunghissimi raccolti in una morbida coda sulla schiena, viso curato e truccatissimo; giovanotto biondo alto con giaccone, pantaloni da montagna, sandali da relax (con calzini, naturalmente), viso rasato, da bravo ragazzo con zaino gigantesco al seguito; ventenne coreano in camicia a righe, pantaloni impeccabili, capelli ordinati, scarpe di cuoio, seduto composto ed immobile; due giganteschi africani color cioccolato, vestiti da giocatori di basket, con tanto di Gilet e cappellino, pantaloncini corti e larghi; coppia di francesi, lei biondissima mezzi capelli incolti, mezzi dreadlocks, crocs lei, infradito lui, pantaloncini corti lui, alla turca lei, entrambi con t shirt che hanno visto giorni migliori... passaporti pronti.
Una fatica incredibile a capire che quei suoni irriconoscibili erano la pronuncia alla nepal/inglese dei nostri nomi, ma alla fine anche l'impiegato ha capito che non mi consideravo chiamata e ha gridato chiaro e forte:"Italians". Come dicevo, qui in Nepal non ci sono molti italiani, stava inequivocabilmente chiamando me.
Neanche mezz'ora di attesa!!!




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